West Papua, un tuffo nella preistoria

Papua non è un paese per vecchi!
A questo pensavo a bordo del volo Trigana con destinazione Wamena, il capoluogo della Valle del Baliem, nel cuore della Papuasia Occidentale.
Sorvoliamo a lungo un territorio aspro e quasi del tutto privo di strade, ricoperto da un fitto manto di foresta pluviale su cui galleggia un velo di nebbia azzurrina.

West Papua è il nome odierno di un paese noto fino a pochi anni or sono come Irian Jaya.
Questa terra, colonizzata a più riprese, prima dai Portoghesi, poi dagli Olandesi fa attualmente parte del territorio indonesiano.
Nel corso degli anni il governo indonesiano si è reso responsabile di gravi abusi  ai danni della popolazione di Papua, con una dura repressione militare che ha causato più di 100.000 morti.

Papua Nuova Guinea è un’isola di estremi, protesa nel nuovo millennio ma con radici ancora ben piantate nella preistoria.
I Papuani sono frammentati in un centinaio di gruppi etnici, isolati dal territorio quasi inaccessibile e da una babele di mille lingue.
L’isola, grazie alle sue risorse naturali, ha risvegliato la cupidigia delle potenze occidentali.
Nel suo complesso, contribuisce per quasi un quinto alla produzione aurifera mondiale ma i suoi abitanti ne traggono beneficio solo in minima parte.

Alla deforestazione, ai danni ambientali e alla violazione dei diritti umani, si  aggiunge il nuovo programma di “transmigrasi” avviato dal governo indonesiano con l’intento ufficiale di ripopolare la provincia e di allentare la tensione demografica di altre isole dell’arcipelago, ma con il vero scopo di annullare l’identità tribale degli indigeni.
Ne consegue che le popolazioni di etnia Papua sono sempre più emarginate, costrette a ritirarsi sulle montagne e nelle foreste pluviali mentre il loro autentico modo di vita sta progressivamente scomparendo.
Tra multinazionali minerarie, cercatori d’oro e missionari, conflitti tribali e rivendicazioni autonomiste, la vita non è facile in questa terra di frontiera sospesa tra l’antico retaggio di antropofagia ed il dilagare delle nuove tecnologie!

La Valle del Baliem è uno dei rari luoghi del pianeta dove vivono ancora popolazioni isolate dal resto del mondo. Ad un’altitudine di 1800 metri, circondata da montagne che raggiungono i 4500, è la parte più fertile delle highlands che ricoprono la Papuasia occidentale.
Le tribù della Valle del Baliem sono raggruppate sotto i nomi collettivi di Dani, Lani e Yali.

Grazie all’isolamento geografico, i Dani furono “scoperti “ solo nel 1938 e, nonostante gli sforzi dei missionari, hanno mantenuto inalterati negli anni costumi e tradizioni ancestrali.
Di statura piccolissima, i vari gruppi si distinguono per lingua, abbigliamento e tradizioni sociali.
Costruiscono capanne rotonde in paglia in piccoli villaggi circondati da recinti.

Vivono coltivando la patata dolce ed il taro ed allevando il maiale che rappresenta la loro più importante merce di scambio, avendo, almeno ufficialmente, abbandonato l’antropofagia.
Il maiale fu introdotto dai missionari perché pare che il suo sapore  fosse il più simile a quello della carne umana!
Il cannibalismo ed il taglio delle teste sembrano, dunque,  un ricordo del passato anche se John, la nostra guida Dani, ci rivela, non senza una certa reticenza che, nei villaggi più remoti, è ancora in uso la pratica di offrire in sacrificio una vittima con lo scopo di rappacificare le tribù.
Gli uomini sono poligami, possono avere tutte le mogli che i loro mezzi gli consentono.
Le donne, soprattutto quelle anziane, portano indelebilmente il segno delle dita mozzate, un antico tributo alle anime dei parenti morti.

Le ultime guerre tribali, scatenate per lo più dai rapimenti delle donne da parte di altri clan o dai furti di maiali, risalgono al 1988. Oggi i Dani organizzano con reale piacere delle guerre simulate in occasione delle quali rivestono i costumi bellici non solo a beneficio dei turisti ma anche per impressionare le loro donne.

Nei villaggi, gli anziani ci accolgono in costume adamitico, vestiti del solo astuccio penico, il “koteka”, ricavato da una zucca svuotata.
Il koteka non è un simbolo fallico né un emblema sociale, è solo un comodo indumento da usare in un ambiente caldo, umido e privo di detergenti!
Sfoggiano copricapi decorati con le piume variopinte dell’uccello del paradiso.
Nel setto nasale perforato infilano un dente di porco selvatico ed hanno il corpo cosparso di grasso.

Ci sentiamo come improvvisamente trasportati nella preistoria.

Gli articoli di Anna Alberghina:
Decorazione corporea nell’Africa tribale
Buthan, l’ultimo regno himalayano 

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