Into the Wild

Into the Wild (Sean Penn, 2007)
Into the Wild, film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn con Emile Hirsch, tratto dal libro di Jon Krakauer.

Si può catturare la brutale poesia di una vita in un film? Difficile, forse è meglio un libro.
Ma quello l’avevano già fatto, e se sei Sean Penn la pellicola ti è più congeniale rispetto alla carta. Allora perché non rendere onore a quel libro, a quella vita, a quella storia così solitaria e universale allo stesso tempo? Sei sempre Sean Penn. Ti metti a lavorare su Into the Wild e crei un capolavoro, in grado di stregare chiunque, persino chi il viaggio più lungo della sua vita l’ha fatto per andare a buttare la spazzatura.

Ma soffermiamoci sull’immagine. Sulla perfezione tematica di questa inquadratura. C’è un ragazzo sul ciglio della strada, solo. L’enorme zaino quasi si amalgama al divano, non proprio appena uscito di fabbrica. Aspetta. Il pollice alzato vale in ogni lingua. No, non è quello che trovate nelle tastiere dei vostri cellulari. Lui il cellulare manco lo vuole sentir nominare. Il paesaggio brullo è interrotto solamente dal cartello che indica il Messico (o la California, se ci si vuole fermare prima). Tutto sembra suggerire una semplice verità: non può farcela.

Quel ragazzo però è Christopher McCandless. E “farcela” è l’unica cosa che conta per lui. Non c’è altro modo per abbandonare la finzione di cristallo della società, quel velenoso mix “studia, trova lavoro, sposati, fai figli, muori” che lo corrode da dentro. Christopher deve andarsene, è un bisogno fisico. Nel 1990 la spugna della sua anima ha già assorbito troppo: una famiglia americana benestante, una laurea, un futuro programmato.
Sceglie allora di mollare tutto e viaggiare da solo, scontrandosi con la parte più selvaggia degli Stati Uniti.

E cambia pure nome, perché il suo era soltanto il guscio vuoto di ciò che sarebbe dovuto essere. Seduto su quel divano è già Alexander Supertramp. E lo sarà per sempre.
Il ragazzo deve semplicemente trovare sé stesso. Senza sovrastrutture, senza il peso del suo mondo. Ma anche senza voler essere un martire, o un eroe. Christopher/Alexander vuole solo essere, nulla più. E per farlo deve solcare la California, l’Arizona, il Colorado, abbandonando pian piano ogni elemento della “civiltà corrotta” per arrivare in Alaska, nel grande freddo che purifica i polmoni.

A lui basta uno zaino, e forse nemmeno quello. Perché il suo vero bagaglio sono le persone. Più cerca di scrollarsi di dosso il mondo più qualcuno gli resta aggrappato, facendogli capire che tornare a un solitario stato di natura non è per forza la scelta più azzeccata.
E Sean Penn cosa fa in tutto questo? Mette in scena magistralmente una storia di convinzione cieca e lenta riscoperta, frammentando Into the Wild come la mente stessa del suo protagonista, che passa dall’essere Christopher all’essere Alexander e viceversa, in un mosaico di colori brillanti che quasi ci abbagliano.

Penn si è innamorato del libro di Krakauer e ha curato la lenta gestazione della pellicola come un padre. Ha limato gli angoli, lavorando piano, con certosina pazienza. È quindi riuscito a restituire l’essenza della vita di Christopher, il senso ultimo del suo viaggio in queste terre selvagge che lo hanno strappato via alla quotidianità. Il regista ha compiuto l’impresa anche grazie ad un fantastico Emile Hirsch, perfettamente calato nella parte, in grado di abbattere ogni finzione tra personaggio interpretato e persona reale.

E quindi cosa ci resta del film? Sempre la stessa immagine speranzosa verso l’ignoto. Quella tensione verso un mondo altro che solo chi vive il viaggio in maniera viscerale può capire. Noi restiamo abbagliati dai paesaggi, ma allo stesso tempo siamo intimamente connessi al piccolo ragazzo che ne viene sovrastato. Un piccolo ragazzo che solo alla fine imparerà la lezione più grande di tutto il suo peregrinare, quell’epifania così spasmodicamente cercata che arriva in un soffio, come se fosse sempre stata lì:

La felicità è reale solo quando condivisa.
Christopher McCandless

Edoardo Ferrarese