La gabbia dorata

Un lungo cammino a bordo dei treni merci o seguendo a piedi i binari delle ferrovie è la straordinaria avventura vissuta da Juan, Sara e Samuel, tre adolescenti dei quartieri poveri del Guatemala che cercano di raggiungere gli Stati Uniti d’America, alla ricerca di una vita migliore. La trama del nuovo film di Diego Quemada-Diez “La gabbia dorata” è quella di un viaggio che, oltre a sfatare l’idea comune che la felicità ci attenda in un luogo lontano, dà lo spunto per riflettere sui confini che dividono le nazioni, sulla presa di coscienza di ciò che ci divide come esseri umani.

Interpretato dai giovanissimi Brandon Lopez, Karen Martínez e Carlos Chajón, pur non essendo un documentario, questo film riflette a fondo sulla realtà sociale dell’America Latina. “Il vero realismo possiede tutti gli ingredienti: la fantasia e la ragione, la sofferenza e l’utopia, la felicità e il dolore della nostra esistenza”, spiega il regista. “Io voglio dare voce ai migranti, a quegli esseri umani che sfidano un sistema stabilito da impassibili autorità nazionali e internazionali varcando illegalmente i confini, rischiando la propria vita nella speranza di sfuggire alla povertà”.

Nel 2003, Diego Quemada-Diez ha letto un articolo sul distretto a luci rosse di Mazatlán (Messico) e, facendo una mossa totalmente irrazionale, prese un aereo e andò laggiù, alla ricerca di una nuova storia da raccontare. Una volta giunto in quel quartiere della città, in uno dei locali conobbe un tassista, “El Toño”, e diventarono subito amici. “Finii col vivere due mesi a casa sua, proprio accanto ai binari di una ferrovia. Ogni singolo giorno, arrivava un convoglio di vagoni ferroviari stipati di migranti che saltavano giù e venivano a bussare alla porta chiedendo tortillas e acqua”.

Raccontavano storie terribili del viaggio che avevano compiuto senza niente, di come erano stati derubati di ogni cosa lungo il tragitto. “Molti morivano. Eppure si imbarcavano in quell’esperienza con l’idea che avrebbero guadagnato dei soldi da mandare alle famiglie, sacrificando la propria vita per le persone che amavano”.

Al regista sembrarono degli eroi e i loro racconti dei poemi epici. Quemada-Diez ha trascorso diversi anni a raccogliere le testimonianze dei migranti, incontrando persone meravigliose che gli hanno insegnato molte cose, compreso il significato della generosità e il valore della fratellanza. “Ho lottato duramente per dare a questa storia un sapore di autenticità e al tempo stesso una struttura drammatica. Ci ho lavorato moltissimo e forse è per questo che ho impiegato tanto tempo per completare il film. Ho voluto che fosse per metà documentario e per metà finzione, ma è stato complicato trovare il giusto equilibrio”.

Il lavoro di ricerca si è svolto in una serie di luoghi nei Paesi da cui partono i migranti e negli Stati Uniti, dove la mano d’opera a basso costo costituita dai migranti fa girare l’industria. “In quella fase, sono rimasto colpito dalla sofferenza creata da quel muro e dalla terribile ipocrisia degli Stati Uniti. Le famiglie vengono divise, i neonati strappati alle madri, i bambini picchiati e torturati durante il procedimento di espulsione, tutto sotto gli auspici della cosiddetta “partenza volontaria”, e migliaia di persone, il cui unico crimine è attraversare un confine assurdo, finiscono in prigione”.

Il concetto alla base di “La gabbia dorata” era di fare lo stesso viaggio che fanno i migranti. Sono stati scelti i luoghi lungo la strada che percorrono realmente dal Guatemala agli Stati Uniti. In molti villaggi poveri dell’America Centrale e del Messico, imbarcarsi nell’avventura di rischiare la propria vita per andare negli Stati Uniti sembra una sorta di rito iniziatico. “Per molti ragazzi è come essere travolti da una piena, da una corrente che li trascina verso nord”. Il regista ha voluto anche mettere in discussione le barriere sociali, nazionali e razziali.

“Siamo tutti uguali, abbiamo tutti le stesse esigenze, lo stesso sogno di una vita migliore. La migrazione è un fenomeno naturale, mentre i confini sono artificiali, sono stati creati dagli esseri umani in tempi relativamente recenti”. In fondo, come canta Bob Dylan: “Quante strade deve percorrere un uomo, prima che lo si possa chiamare uomo?”.

Per maggiori informazioni, clip audio e immagini: www.parthenosdistribuzione.com