Timbuktu

Timbuktu
Film del 2014 scritto e diretto da Abderrahmane Sissako.

Una gazzella che corre; una jeep; bandiere di fondamentalismo islamico; mitra; proiettili che spaccano maschere rituali africane. Per capire Timbuktu bastano le sue prime scene, questo sintagma che racchiude l’essenza del film: il contrasto. Timbuktu è una delle città più antiche del Mali, pregna di storia, culture, lingue, religioni, sabbia, violenza, contraddizioni (altro grande tema messo perfettamente in scena dal regista mauritano Abderrahmane Sissako). Perché rivedere il nero dell’Isis, in quelle bandiere sventolate a più riprese durante tutta la pellicola, è un attimo.

Così si apre il film: con la durezza religiosa che divora la tradizione culturale, senza dare spiegazioni, senza fornire scelte (una, sì, la morte). Niente musica, niente sport, niente… libertà, a essere onesti. Ma Timbuktu è anche la dolcezza di un padre, una chitarra suonata piano di notte, un giovane incapace di convertirsi al fondamentalismo. Voglia di ribellione sorda alla violenza, perché poi non si può davvero sfuggire alla morte, che permea la vita degli abitanti del film (quasi documentario per la precisione chirurgica dei temi trattati). È lì, seminascosta in una canzone, in una sigaretta fumata senza farsi vedere, in un proiettile esploso quasi per sbaglio.

Come se la città stessa accettasse il suo destino, emanando una rivoluzione silenziosa che passa per la scena più strabordante di tutto Timbuktu: la partita a calcio senza pallone. Un gioco privato della sua essenza che riesce comunque a unire, formando la volontà comune del divertimento, dove tutti accettano questa bizzarra regola, senza però impedirsi di viverla davvero, quella partita.

Timbuktu

Dopotutto, se dal basso del tuo bigottismo religioso proibisci la musica, ma poi quella che senti tra le case di notte è un’intonazione per Allah, metti comunque a morte le persone o resti lì, incredulo nella tua contraddizione spietata?

Timbuktu«La società tombouctienne si presenta come un miscuglio sottile, fatto di gerarchia ed equilibrio, di giustapposizione e di spazi di regolamentazione e di moderazione. È grazie a questa particolare strutturazione che si riesce a mantenere stabilità e coesione sociale».
Così l’antropologo Marco Aime, nel suo Gli uccelli della solitudine, descrive Timbuktu.
Abderrahmane Sissako, quasi memore di questo tratteggio della città, entra di prepotenza con la sua regia nella descrizione stessa, sublimandola con le immagini e sottolineando (ora velatamente, ora palesemente) i contrasti che spaccano Timbuktu, come se davvero il suo film fosse permeato da un labile equilibrio che danza un tango spaventoso con la morte.

Timbuktu è un viaggio chirurgico verso un posto che pare davvero un altro mondo. Perché Timbuktu, nell’immaginario collettivo nostrano, è tematica (fra le altre) come città lontana da tutto e tutti. Sissako sembra capire anche questo, tagliando con il suo bisturi una cultura a tratti incomprensibile al vasto pubblico, ma avvicinandola con temi da telegiornale della sera fin troppo accostati alle nostre orecchie. Termini che farebbero accapponare la pelle alla casalinga di Voghera, come sharia o jihad, vengono qui analizzati attraverso i personaggi, magma di un microcosmo che ne segue i dettami senza conoscerli davvero, così come noi spettatori, bloccati nella venefica ignoranza da “leggo solo il titolo della notizia per capirla”.

Timbuktu si riflette in noi, come uno specchio insabbiato, con qualche venatura e magari senza un chiodo a cui appenderlo. Ma non possiamo comunque smettere di guardarlo.

Edoardo Ferrarese