Alexander von Humboldt

Alexander von Humboldt e Aimé Bonpland
Alexander von Humboldt e Aimé Bonpland, Orinocco - Incisione su legno (1870) di Otto Roth da un disegno di H. Lademann (WikiMedia Commons)

L’uomo bianco faceva sempre domande, qualunque cosa vedesse. Raccoglieva testimonianze e scriveva, scriveva. Al ritorno avrebbe svelato all’Europa i segreti affascinanti della natura equatoriale del Nuovo Mondo. Quella notte, però, il 6 aprile 1800, vinse lo stupore. La luna illuminava la sommità di Tepu-Mereme, la “roccia dipinta”, rivestendola di un’aurea surreale. Chi mai aveva potuto tracciare quei segni sui massi di granito che emergono dal fitto della vegetazione soffocante dell’alto Orinoco? Figure di corpi celesti, serpenti e coccodrilli erano scolpiti su strapiombi irraggiungibili. Furono gli indios Tamanac a spiegare sorridendo allo straniero bianco che all’epoca delle Grandi Acque i loro padri arrivavano fino a quell’altezza in canoa. Lo straniero si chiamava Friedrich Heinrich Alexander, barone von Humboldt.

Friedrich Georg Weitsch Ritratto di Alexander von Humboldt. 1806.
Friedrich Georg Weitsch.
Ritratto di Alexander von Humboldt. 1806.

Nato a Berlino, età anni 28, altezza metri 1.70, capelli bruno-chiari, occhi grigi, grande naso, fronte aperta segnata da cicatrici di vaiolo… viaggia per acquisizione di sapienza”. Così recita e lo descrive il passaporto francese, ottenuto pochi anni prima a Parigi, capitale scientifica e intellettuale del tempo e sua patria d’adozione.

Oggi il mondo ha quasi dimenticato la grande opera di Humboldt, il progetto di sistemazione organica del sapere geografico, basata su una strategia generale dello studio della natura. Ma allora, al ritorno dal grande viaggio nel Nuovo Mondo, Humboldt era uno degli uomini più famosi e stimati d’Europa. Moltissimi i luoghi che portano tutt’oggi il suo nome: più di quelli dedicati a qualunque altro scienziato ed esploratore. Quattordici città negli Stati Uniti, una in Canada. Montagne in Australia, Antartide, Nuova Zelanda. La grande corrente fredda al largo delle coste peruviane. Il più esteso ghiacciaio della Groenlandia e uno dei mari sulla superficie della luna.

Neppure un monumento, invece, a Cumaná, la sonnolenta cittadina del Venezuela dove Humboldt sbarcò insieme al botanico Aimé Bonpland per intraprendere il più grande viaggio privato della storia. Eppure Cumaná, dove avvenne il primo incontro di Humboldt con la natura equatoriale lungamente sognata, fu forse il più amato dallo scienziato prussiano, che non scordò mai quel luogo: “Cumaná e la sua terra polverosa si riaffacciano ancor oggi nella mia mente, più sovente di tutti i meravigliosi scenari delle Cordigliere”.

Alexander von Humboldt. Itinerario dal 1799 al 1804.
Disegni di Alda Troletti

Dopo sei anni di studio e di preparazione, e molti tentativi infruttuosi, il giovane scienziato poteva finalmente contemplare il cielo tropicale, ricco di meteore e stelle cadenti: per gli indios nient’altro che i riflessi delle pietre d’argento del leggendario lago Parima. Da Cumaná la spedizione si addentrò nei llanos, le desolate praterie che si stendono tra la costa e l’Orinoco.

Il caldo torrido, con temperature fino ai 50° (Humboldt riempì il cappello di foglie per avere un po’ di sollievo), l’orizzonte infinito e polveroso, confuso dai miraggi, misero a dura prova la resistenza dei viaggiatori. Dopo la stagione delle piogge, che trasformavano i llanos in un immenso acquitrino, erano rimaste grandi pozze fangose. Qui Humboldt ebbe modo di studiare una delle più stupefacenti creature del Nuovo Mondo, l’anguilla elettrica dell’Amazzoni, che può dare scosse fino a 650 volt, sufficienti a stordire e uccidere un uomo. Per catturarle vive senza pericolo gli indios fecero entrare a forza un branco di cavalli nell’acqua. Alcuni, terrorizzati e storditi dalle scosse elettriche, annegarono, ma cinque grosse anguille furono catturate vive. Humboldt le studiò accuratamente, sperimentando suo malgrado la loro potenza elettrogena.

Superati i llanos, la spedizione raggiunse il Rio Apure, uno dei primi affluenti dell’Orinoco. La guida di Humboldt, nel dedalo di corsi d’acqua della foresta amazzonia, fu un frate francescano spagnolo, abituato da anni alla vita nella giungla. Padre Bernardo Zea condusse i due scienziati a una delle poche spiagge dell’Orinoco dove deponevano le uova le grandi tartarughe note in loco come arrau. Dalle uova, mediante bollitura, gli indios ricavavano un olio limpido e di ottimo sapore. Humboldt calcolò che su quella sola spiaggia si radunavano a deporre le uova almeno 330.000 tartarughe.

Il viaggio procedeva verso l’interno, lungo il corso dell’Orinoco. La navigazione era resa penosa dal crudele tormento degli insetti, soprattutto sciami di zanzare, le cui punture provocavano ferite dolorose e infezioni. Poco più avanti si stendevano le pericolose rapide di Maypures e Atures, lunghe più di quaranta miglia. Un labirinto di acque spumeggianti fra i massi di granito. Per superare l’ostacolo fu approntata una canoa più piccola, sulla quale fu stipato tutto il materiale scientifico, i bagagli, gli erbari e le gabbie con le scimmie e gli uccelli. “Oltre le Grandi Cateratte inizia una terra sconosciuta”, scrisse Humboldt, “il paese delle favole e delle visioni fantastiche”. E aldilà delle montagne la tradizione poneva i miti dell’Eldorado e del lago di Parima. Dopo tre secoli dalla scoperta la conoscenza geografica della regione non era quasi per nulla progredita.

A un certo punto Humboldt lasciò l’Orinoco per un piccolo affluente che seguì fino a trovarsi a dieci miglia dal Rio Negro, il più grande tributario del Rio delle Amazzoni. La canoa e i bagagli furono trascinati a braccia attraverso la foresta fino al fiume. Le acque del Rio Negro erano limpide e fresche. In pochi giorni la spedizione raggiunse il Casiquiare, un canale naturale che collega i due grandi sistemi fluviali dell’Amazzonia, il bacino dell’Orinoco e quello dell’Amazzoni.

Alexander von Humboldt.
Le due settimane di navigazione sul Casiquiare, il cui corso era praticamente inesplorato, furono le peggiori di tutto il viaggio. Il cielo era sempre coperto di nuvole, notte e giorno. La foresta, alta e impenetrabile, chiudeva il fiume in una morsa verde. I due scienziati erano costretti a dormire sulla piroga, già carica all’inverosimile. È difficile immaginare la difficoltà di procedere in quell’ambiente ostile trascinandosi dietro bagagli, attrezzature, il carico di campioni botanici e 14 uccelli e 11 mammiferi vivi,  con un equipaggio di nove persone stipato in uno spazio ristretto. La foresta era tanto umida da rendere impossibile accendere un fuoco. E non offriva cibo: Humboldt fu costretto a mangiare semi di cacao crudi e, una volta, un ignobile pasticcio di formiche. Una notte un giaguaro si portò via, senza il minimo rumore, il grosso mastino che faceva la guardia al centro del campo. Infine la biforcazione dell’Orinoco fu raggiunta.

Dalle carte geografiche spariva il lago Parima ed entrava, accuratamente rilevato, il Casiquiare. Il villaggio semiabbandonato di Esmeralda era l’unico luogo abitato della regione. Qui Humboldt vide preparare il curaro, il letale veleno estratto dalla corteccia della liana Strychnos. Un uomo colpito da una freccia avvelenata moriva in poco più di dieci minuti. Da Esmeralda la spedizione decise di tornare indietro fino a Cumaná.
Il viaggio però non era ancora terminato. Humboldt si recò di nuovo a Cuba, poi attraversò la Cordigliera andina dalla Colombia al Perù. Da Lima, passando per il Messico, fece ritorno in Europa nel 1804, dopo cinque anni di assenza.

Paolo Novaresio

Rio Casiquiare

Rio Casiquiare – Fotopaedia de la Amazonia