Cercando l’Australia. I viaggi di James Cook

La morte del capitano James Cook. Dipinto incompiuto di Johann Zoffany (1795 c.a.)
La morte del capitano James Cook. Dipinto incompiuto di Johann Zoffany (1795 c.a.)

«Vi è ragione di ritenere che un continente molto esteso possa trovarsi a sud della rotta seguita recentemente dal capitano Wallis…».
Il messaggio, tradotto in linguaggio burocratico, era scritto su un plico sigillato, che fu consegnato in via riservata al capitano Cook.
L’Australia. Tra i pochi grandi miti geografici scampati al razionalismo tagliente dell’età dei Lumi, la Terra Australis conservava un posto di prestigio.

James Cook - Ritratto di Nathaniel Dance-Holland, 1775
Il capitano James Cook
Ritratto di Nathaniel Dance-Holland, 1775, olio su tela

James Cook, nato in Inghilterra nel 1728, animato da una prepotente vocazione per gli oceani inesplorati, partì per il primo dei suoi tre viaggi di scoperta nel 1768, finanziato dalla Royal Geographic Society.
A sua disposizione: cento tra marinai e soldati di equipaggio, un gruppo di astronomi per studiare il passaggio di Venere sul disco solare previsto a Tahiti, due botanici, pittori e cartografi per rilevare le eventuali nuove terre scoperte, destinate a popolare le cartine geografiche dell’epoca.
La nave si chiamava “Endeavour“, cioè Tentativo, ed era una carboniera di 368 tonnellate di stazza, ristrutturata e perfettamente attrezzata per le attività di ricerca ed esplorazione. Il compito di Cook era racchiuso nelle sommarie indicazioni che il capitano aveva ricevuto dall’Ammiragliato: navigare verso sud, fino al 40° parallelo, poi puntare a ovest.
E tenere gli occhi aperti, perché laggiù, forse, si sarebbe trovata l’Australia.

Disegno di Alda Troletti
Disegno di Alda Troletti

La prima tappa di Cook fu Tahiti, allora tappa d’obbligo per i navigatori del Pacifico.
Grossa isola dagli attracchi sicuri, benedetta dalla natura e sognata dall’Europa esotizzante, che amava il “buon selvaggio” e leggeva avidamente Rousseau.
Tahiti fu circumnavigata in barca e battuta palmo a palmo a piedi da Cook e dai suoi uomini, che con centinaia di schizzi e acquerelli ne disegnarono l’intero profilo, la costa e i porti naturali. Ogni aspetto della vita dei tahitiani fu accuratamente studiato, secondo i canoni puntigliosi dettati dagli scienziati illuministi e con tutto il rispetto che l’Europa del settecento poteva garantire a una cultura non europea.

Joseph Banks, il futuro presidente della Royal Geographic Society, che aveva voluto a tutti i costi partecipare all’impresa, annotò meticolose descrizioni del regime alimentare delle popolazioni locali, che mangiavano frutti dell’albero del pane, pesce, qualche maiale, banane, frutti selvatici e cucinavano la carne di cane in rudimentali forni di pietra: “Il cane del mare del Sud”, annotò impassibile Banks, “ha un gusto buono quasi quanto quello dell’agnello inglese; e a suo vantaggio si deve dire che vive quasi interamente di verdure; probabilmente i nostri cani non avrebbero un sapore così buono”.
A Tahiti c’erano anche oche e tacchini, probabile eredità della spedizione inglese di un anno prima.

Mentre Banks si occupava della gastronomia locale, Cook spendeva le proprie energie nel tentativo di rendere meno traumatica e invadente possibile la sua presenza sull’isola.
Tanto per cominciare, vietò immediatamente al suo equipaggio di barattare con gli indigeni oggetti di ferro. La nave di Wallis, infatti, durante la precedente sosta a Tahiti, aveva rischiato di affondare perché in un mese i marinai avevano clandestinamente estratto tanti chiodi di ferro da compromettere lo scafo: dato che a Tahiti bastava un chiodo per ottenere qualunque cosa, comprese le ragazze dell’isola, la minaccia era più che reale.
Cook cercò anche di premunirsi contrò i furti, per i quali i tahitiani mostravano un’insistente inclinazione e un’abilità tale “da coprire di vergogna il miglior tagliaborse d’Europa”.
Nel frattempo il gruppo di scienziati a bordo non perdeva tempo: furono studiate le canoe, le lenze da pesca e le stoffe degli indigeni, ricavate da fibre vegetali con risultati giudicati da tutti sorprendenti. Cook fece incetta di grandi scorte di viveri freschi, per variare la dieta dei marinai durante la navigazione.
Prima di lasciare l’Inghilterra, con singolare lungimiranza per l’epoca, alla carne salata e ai biscotti, il capitano aveva aggiunto crauti e minestra in tavolette, senza esitare a ricorrere a punizioni corporali per chi rifiutava le razioni.
In virtù di questa saggia politica alimentare, a differenza di quasi tutti gli equipaggi impegnati in lunghe traversate marine, gli uomini non si ammalarono di scorbuto. In compenso, metà di loro prese la sifilide mentre la nave era ferma a Tahiti.
Come il capitano ebbe cura di precisare, la malattia era stata portata sull’isola da spedizioni precedenti. Il paradiso in Terra aveva subito la prima, fatale corruzione.
L’Endeavour lasciò Tahiti dopo qualche mese di esplorazioni e di osservazioni astronomiche, avventurandosi verso la costa ovest della Nuova Zelanda.
I paradisi polinesiani erano ormai un altro mondo: in Nuova Zelanda la spedizione fu accolta dalle canoe da guerra degli indigeni maori, da cui dovette difendersi facendo uso delle armi da fuoco.

Disegno di Alda Troletti
Disegno di Alda Troletti

I rilevamenti si fecero difficili e pericolosi, ma Cook riuscì a circumnavigare interamente la nuova terra, dimostrando che si trattava di due isole e non di una sola, come si credeva.
Il momento cruciale era giunto. Non restava che eseguire gli ordini segreti dell’Ammiragliato. Cook si inoltrò nell’oceano verso occidente.
Senza saperlo, stava per entrare in uno dei tratti di mare più pericolosi del mondo: il labirinto di secche e bassifondi della Grande Barriera corallina australiana. L’Endeavour si incagliò nelle rocce madreporiche, rischiando di affondare.
Il capitano la pilotò faticosamente fino alla sconosciuta costa orientale dell’Australia, poco più a sud di dove oggi si trova Sydney.
La costa est del nuovo continente fu rilevata con una precisione senza precedenti, collezionando una serie di osservazioni e dati che sono ancora oggi validi.
Riparata la nave e ripreso il mare, dopo due mesi di navigazione Cook riuscì a raggiungere il possedimento olandese di Batavia (Giava).
E infine, dopo più di tre anni di viaggio, a missione compiuta, l’Endeavour giunse in vista delle coste inglesi.

James Cook sarebbe salpato ancora due volte, per circumnavigare l’Antartide e poi per esplorare le coste dell’America Settentrionale fino allo stretto di Bering.
Non furono i rischi e gli imprevisti della navigazione a sorprenderlo.
Per uno strano gioco del destino, morì proprio per mano di quei “buoni selvaggi” che tanto amava e rispettava: fu ucciso alle isole Hawaii il 14 febbraio del 1779.

Paolo Novaresio

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